Noi non ci capiamo
Parliamo un pochino di linguistica, dai.
Di alcuni signori, tra cui un certo Ludwig Wittegenstein, un Ferdinand de Saussure e un signor Umberto Eco. Ma alla fine chi se ne importa dei nomi, una volta che qualcuno ha messo in giro una legge, una teoria o una dottrina, questa prende vita propria e se ne frega dei suoi genitori.
Vi è mai capitato di andare in giro per negozi, magari un negozio di abbigliamento, accompagnati dal vostro partner o da un amico, conoscente o simpatizzante e, additandogli una bella giacca blu scura che vorreste provarvi, sentirvi rispondere si, è bella, ma non è blu, è nera?
Sicuramente vi sarà capitato, capita a tutti, perché a voi non dovrebbe.
Solitamente il dubbio sulla giacca si risolve guardando l’etichetta, con conseguente te l’avevo detto io! di chi aveva indovinato il colore giusto.
Eppure la faccenda è più complessa, perché, etichetta a parte, avete ragione tutti e due, sia voi che il vostro amico.
Solo che per spiegare sta roba tocca partire un po’ da lontano. Dall’ottocento, per lo meno.
Dall’epoca in cui, per capirci, si è iniziato a considerare la linguistica come una scienza.
Parlavamo di questi tre tipi, l’ultimo dei quali, il signor Eco, è venuto un bel po’ di tempo dopo, che si sono inventati tutta una teoria che a ben pensarci ha dello straordinario.
In poche parole, partendo dallo studio delle lingue hanno scoperto che noi possiamo anche parlarci, ma che siamo destinati a non capirci mai.
Funziona così: si parte dal presupposto, a dir vero difficilmente discutibile, che il linguaggio umano non sia altro che una forma di comunicazione basata sull’assegnazione di nomi agli oggetti, detti segni, che vengono comunicati tramite espressione orale, scritta o visuale (di questo ne parleremo più avanti, affrontando la semiotica e i percorsi narrativi).
Io vedo un oggetto albero, che in quanto oggetto è puro significato, gode di vita propria e sta lì indipendentemente dall’uomo.
Io vedo una forma albero, ma sono io che assegno a questa forma, o significato, un’espressione verbale, un concetto esprimibile in segni scritti o pronunciabili, in poche parole, un significante albero.
Fermo restando che l’albero se ne sta lì bello tranquillo pure se io l’avessi chiamato pesce o erfdvnix.
E’ questo gioco di assegnare nomi ad oggetti su cui si basa il linguaggio, e di conseguenza la comunicazione.
Quindi, quando io vedo una forma a cui posso attribuire il nome di albero, posso anche comunicare ad un’altra persona che quello è un albero.
E, in linea di principio, quella persona lo vede e dice: eh, si, cazzo, quello lì è proprio un albero!
Ma facciamo finta che io sto parlando di un albero con una persona, ma che quell’albero non sia immediatamente visibile e sia posto in un altro luogo.
Gli dirò: perché non vieni a casa mia che ti faccio vedere l’albero in giardino?
Qui scatta un bel problema di comunicazione, per il quale ci toccherà parlare di una cosa chiamata codice.
Il codice non è altro che la regola, il metodo, la classificazione secondo la quale attribuiamo significanti ai significati.
Un dizionario, possiamo dire molto alla leggera.
Il problema più grande della comunicazione è che ciascuno ha però un suo proprio codice, dato dalla sua esperienza e dalla sua conoscenza.
Infatti, nella mia mente la parola albero potrebbe richiamare l’immagine di un platano, mentre in quella del mio interlocutore potrebbe richiamare l’immagine di un pino.
Ecco quindi che nella mia frase precedente, il mio interlocutore si aspetta di trovare un pino quando io invece gli voglio mostrare un platano.
Per ovviare a queste incomprensioni, il linguaggio cerca di creare sempre più significanti possibili, in modo di tendere a nominare e significare l’infinito che ci circonda.
Qui di solito i trattati di linguistica fanno l’esempio della neve.
Per noi la parola neve è una sola, ci basta e ci avanza per definire quel fenomeno.
Ai popoli nordici non basta, hanno diversi nomi per diversi tipi di fenomeno che noi riconduciamo al termine neve, in base alla consistenza e ad altri parametri.
Vai a dire ad un eschimese che sei andato sulla neve, e lui non capirà che cosa cavolo gli vuoi dire, se sei andato sul pack, se sei andato su una neve più morbida o chissà che.
Questo esempio ci illustra bene come ogni popolo, ogni lingua conia un numero di significanti (parole) in base all’utilità.
In pratica, ci troviamo di fronte ad un’infinità di variabili e di possibili significanti.
Di conseguenza, il vostro amico che vede la giacca nera la vede nera perché quella espressione cromatica, quel significato, in base al suo codice, si chiama nero, mentre per voi assume il termine di blu scuro.
Da queste considerazioni abbiamo la deriva dell’incomunicabilità, secondo la quale noi ci parliamo ma in realtà non ci capiamo affatto.
Se dici al tuo amico di avere la macchina rotta, lui magari si immagina la tua bmw con un guasto ai freni, mentre magari tu hai una renault con un danno all’impianto elettrico.
Per avere il massimo grado di intesa possibile, anche la frase più banale dovrebbe essere lunga, pedante e dettagliata, mentre il nostro è un linguaggio euristico, un linguaggio scorciatoia, che per comunicare velocemente arriva ad un compromesso tra efficienza ed efficacia della comunicazione, due variabili inversamente proporzionali.
Questo è ben evidente nella comunicazione di lavoro, dove il capo chiede una cosa, il dipendente ne esegue un’altra e lo stesso capo, in sede di revisione, ne capisce un’altra ancora. Fermo restando che se il compito è stato svolto bene, il capo lo voleva svolto male ma comunque è merito suo, mentre se il compito è stato svolto male, il capo lo voleva svolto bene ed è colpa del dipendente che non capisce un cazzo.
In pratica, noi parliamo, non ci capiamo appieno, ma bene o male riusciamo a comunicare e a far andare avanti le nostre relazioni comunicative.
In poche parole, con una meravigliosa sintesi un po’ romanesca: “famo a capisse”.