Enola Gay
Chissà se ci aveva pensato il colonnello Tibbets a tutto questo mucchio di roba.
Ci può stare voler bene alla mamma, ci può stare volerle dedicare le proprie imprese, far conoscere a tutti il motivo, la persona grazie alla quale ti trovi al mondo.
Ma dedicarle l’aereo con il quale ti prepari a portare in giro morte e distruzione, beh, questo non lo so.
Che adesso tutti se la ricordano non perché mamma del colonnello Tibbets, ma per aver dato, più o meno consapevolmente, il proprio nome ad una delle più grandi catastrofi autoprodotte dal genere umano: la bomba atomica.
Che a leggerla fuori dal contesto della guerra, del dolore e della morte, la faccenda si presta ad un sacco di punti di vista interessanti.
Sapete quale nomignolo gli americani avevano dato alla bomba atomica sganciata su Hiroshima?
Little Boy, l’avevano chiamata.
Ragazzino.
Quindi abbiamo un aereo che è chiamato come la madre del suo pilota, da questo aereo viene sganciato, partorito potremmo dire, un ordigno chiamato Ragazzino.
Che a volerla vedere da un punto di vista genealogico, il colonnello Tibbets e Little Boy potrebbero quindi esser chiamati fratellastri, figli dello stesso nome, un essere umano figlio di un altro essere umano, un gigante di ferro figlio di un altro gigante di ferro.
Due mamme e due ragazzi, uniti insieme in una guerra mondiale.
Secondo voi cosa gli frullava per la testa al colonnello quando ha scelto quel nome?
Probabilmente nulla, da buon militare non andava a fare chissà quali voli pindarici e probabilmente lo ha scelto perché gli sembrava carino.
Ma visto come metafora, ha dato a sua madre la possibilità di partorire una nuova era, un nuovo mondo che si sarebbe retto su una pace di piombo, con la fine dei combattimenti e l’inizio di una guerra più sottile, fondata sul dubbio e la paura: la guerra fredda.
Perché è innegabile che la bomba atomica sia stato un gigantesco spartiacque, un finale come quelli che piacciono tanto agli americani, quasi da film western, col buono che fredda il cattivo e che può ricominciare a vivere in pace.
Ma Enola Gay?
Come l’avrà presa questa faccenda la signora Enola?
Sarà stata felice perché il figlio ha pensato a lei e ha dato il suo nome all’aereo, sarà stata felice perché il velivolo che ha posto fine al periodo più cruento della storia si chiamava come lei, sarà stata felice perché un pezzo della vittoria americana portava il suo nome?
O sarà stata triste al pensiero che suo figlio le ha dedicato un mezzo di distruzione, o sarà stata triste perché il suo nome è entrato a far parte di una delle tragedie più somme dell’umanità, o sarà stata triste perché tutti nel futuro pensando al suo nome avrebbero pensato alla bomba atomica e a tutti i morti da essa provocati?
E chi lo sa cosa avrà pensato la signora Enola, vittima forse della propaganda militare o vittima di un peso che le avrà rubato l’anima fino all’ultimo respiro.
Non lo sappiamo, probabilmente non lo sapremo mai.
L’unica cosa su cui possiamo discutere è come questa faccenda di Enola Gay racchiuda in sé un po’ tutto lo spirito americano.
L’America, quella con le stelle e le strisce, si basa sulla famiglia, ed ecco che al mio bravo aereo gli do il nome di mia madre, che diventa madre di tutti i soldati americani la cui vita sarà risparmiata dallo sgancio della bomba e dal conseguente armistizio.
E alla bomba do il nome di ragazzino, quasi fosse una giovane recluta che sacrifica se stessa per salvare la nazione trasformandosi in eroe, figura adorata e celebrata negli U.S.A., dai fumetti di capitan america agli eroi della guerra del golfo, o agli eroi dell’ 11 settembre.
Ma non solo: è terribilmente americano anche il modo spiccio, sbrigativo, pragmatico di agire: vado, sgancio la bomba, metto fine alla guerra e chi se ne frega.
Fateci caso, gli americani, intesi come popolo, spesso agiscono così, senza badare troppo alla forma o alle implicazioni etiche e morali, anni luce distanti dagli europei e totalmente opposti allo spirito orientale.
Ed anche la grandiosità è un tratto tipico made in USA: loro hanno la Monument Valley, loro hanno le strade a dieci corsie, fanno tutto in grande, sono i più grossi, sono di più.
E quindi viene quasi logico pensare a come sia stato inevitabile che siano arrivati per primi alla scoperta della cosa più grossa che si potesse fare, di come abbiano fregato sul tempo i nazisti che magari si erano pure messi un attimo a filosofeggiare su questo atomo e su come farlo deflagrare.
Loro no: via, appena funziona un paio di test e poi si sgancia.
Tutto così maledettamente americano in questa faccenda dell’Enola Gay (si dice che gli americani in quell’episodio avrebbero violato diverse convenzioni internazionali: ora io non lo so, ma pure questo, specie alla luce degli ultimi fatti di cronaca, cosa può essere se non incredibilmente americano?)
Ma se poi li guardi bene, vai ad indagare fino in fondo in fondo, cosa ti rimane da pensare di questi americani?
Sembrano quasi come quei bulletti delle scuole medie, quelli che fanno i prepotenti perché comandano loro ma che lo vedi lontano un miglio che sono bambinoni, ragazzacci un po’ grossi e grassottelli che forse rosicano per non avere una storia secolare e devono accontentarsi di una nazione abbastanza giovane ed inesperta.
Bambinoni pure quando si tratta di scherzare, hanno i migliori esperti in satira del mondo e prendono per il culo se stessi, che a farlo in Italia scatterebbe subito il carcere per qualcuno.
Non è solo la patria di irruenti guerrafondai, è la nazione dove puoi prendere in giro tutti, anche il presidente, e dove puoi dire veramente quello che ti pare.
Come fanno i bambini, che ancora non si curano delle regole e del galateo.
Sta tutto qui secondo me lo spirito americano, nell’essere bambini.
E’ il loro maggior pregio e peggior difetto contemporaneamente.
Chissà se ci aveva pensato il colonnello Tibbets…